Una grande risorsa naturale: i funghi

In Sila davvero notevole è l’apporto economico legato alla raccolta, all’utilizzo ed alla conservazione dei funghi, avvalorato dalla moltitudine di sagre che da sempre vengono svolte nei comuni e nei villaggi del comprensorio.     La variegata possibilità di trattarli, per immetterli sul mercato, evidenzia l’articolata capacità imprenditoriale delle genti silane.
Il lactarius deliciosus (in gergo detto rosito) è molto diffuso nelle giovani pinete di laricio ma anche nelle abetine. Il tanto apprezzato boleto o porcino cresce in simbiosi sia con alberi di latifoglie che di aghifoglie. Diffuso è anche il porcinello rosso che vive in stretto rapporto di simbiosi col pioppo tremulo e ha grossi corpi fruttiferi che cambiano di colore al taglio. Comunissimo nelle pinete, in gruppi abbastanza numerosi, è anche il boleto luteo (localmente chiamato vavuso). Molto conosciute sono le mazze di tamburo, i galletti, le spugnole dette “trippicedde“, da non confondere con la falsa spugnola che nonostante il nome “esculenta” è dannosa poiché contiene la giromitrina, sostanza che provoca accumulo nell’organismo anche a distanza di parecchi anni, causando danni irreversibili a fegato e reni e quindi la morte. Comuni sono anche le vescie che vengono raccolte solo da giovani quando la carne è bianca e compatta. Molto ricercato ma non molto diffuso è l‘ovulo buono mentre conosciute e raccolte solo da alcune comunità sono il prataiolo, il chiodino o famigliola buona, le colombine e il coprano chiomato, che viene raccolto solo da giovane prima che le lamelle divengano nere e deliquescenti.

Molto di rado si incontrano pure la laccaria violetta e la strofaria verde rame, ambedue buoni anche se la loro particolare colorazione fa pensare a funghi poco raccomandabili. Alquanto apprezzate dai conoscitori sono la lingua di bue ed i polipori che in loco vengono dette “nasche“, che vivono sui tronchi di conifere e latifoglie causando la carie bruna del legno e sono commestibili solo da giovani quando la carne è tenera, gustosa e non lignificata. Molto diffuso ma scarsamente ricercato è il peveraccio pepato a causa del sapore molto acre e per l’eccessivo tempo di cottura. Presenti sono le appariscenti ditole dette anche “funghi corallo“, appartenenti al genere Ramaria, quali la dorata e la flava, tutte e due commestibili al contrario della pallida, con tronco bianco e ramificazioni giallo grigiastre, perché tossica. Da evitare assolutamente sono pure la velenosa colombina rossa e l’ovulo malefico nonché le mortali tignose verdastre e tignose bianche.                                                                                               Il cercatore di professione, in gergo detto “fungaio”, è da sempre geloso difensore degli ambienti naturali in cui i funghi prolificano, è consapevole che anche i funghi indigesti e velenosi rivestono una qualificata funzione nella fitocenosi. Necessita che anche i cercatori occasionali, meno competenti ed esperti, si adeguino al rispetto ed alla conservazione degli ambienti silani ed in particolare dell’area del Parco, territorio soggetto a peculiare tutela anche per le singolari associazioni vegetali che su di esso insistono.
Una volta conosciute le varietà dei funghi, possiamo apprezzarli in cucina sminuzzati grossolanamente, chiusi sott’olio, fritti o insaporiti nella padella con aglio e prezzemolo, arrostiti sulla griglia, seccati e comunque cucinati, da soli o congiuntamente a patate, paste o carni. Una delizia per il palato!

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